A Bob Dylan il Nobel per la Letteratura 2017

Leggiamo un commento al discusso Nobel 2017 per la Letteratura da L’Indice:

Era quasi un quarto di secolo che il Nobel per la letteratura scansava gli Stati Uniti.
L’ultimo riconoscimento a un americano era andato a Toni Morrison nel 1993 e per il penultimo bisogna andare indietro di oltre mezzo secolo, quando nel 1962 fu premiato John Steinbeck.
Certo, nel mezzo c’erano anche stati Joseph Brodsky (1987) e Saul Bellow (1976). Ma Brodsky, dissidente sovietico rifugiato negli Stati Uniti a trent’anni suonati, ha sempre preferito definirsi «poeta russo»; e Bellow, pur avendo vissuto a Chicago per buona parte della vita, era per la verità nato e cresciuto in Quebec.
D’altronde il segretario permanente dell’Accademia di Stoccolma lo aveva dichiarato nel 2008: la letteratura americana è «troppo marginale, troppo insulare», mentre è l’Europa «il centro dell’universo letterario». Potevano quindi mettersi il cuore in pace scrittori del calibro di Philip Roth, Don DeLillo, Thomas Pynchon o Cormac McCarthy, da anni dati come probabili vincitori nei borsini della vigilia ma regolarmente trombati alla resa dei conti.
L’impressione è che questi eminenti autori, tutti bianchi, incarnino (indipendentemente dal contenuto delle loro opere) non tanto un’America «marginale e insulare», ma piuttosto quell’America brutale, imperialista e militarmente irrequieta che dalla fine della guerra fredda, anzi forse già dalla morte di John Kennedy, ha sempre meno ammiratori in giro per il mondo.
(…) Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan, rompe quest’anno l’embargo svedese e riporta, con una scelta non del tutto imprevista ma certamente controversa, il Nobel per la letteratura negli Stati Uniti.
Non a caso la scelta cade su una figura che, molto più del nobilissimo quartetto in perenne attesa di cui sopra, immediatamente evoca un’America con una spiccata coscienza critica di se stessa, una voce fuori dal coro del consenso nazionalista ed eccezionalista che il resto del mondo sempre di più detesta.
Oltre che un finissimo versificatore dalle molteplici voci e fasi artistiche, Dylan è la memoria di un’America sana e progressista, a disagio con la propria marginalità e insularità, un’America che valorizza la diversità delle proprie tradizioni, si nutre di Ginsberg e Rimbaud, Guthrie e Brecht

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